Dislessia

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La Dislessia è un disordine del linguaggio scritto caratterizzato da una capacità di lettura (per rapidità e/o correttezza) sostanzialmente al di sotto di quanto ci si dovrebbe aspettare, considerando l’età anagrafica del soggetto, la valutazione psicometrica dell’intelligenza, e un’educazione scolastica adeguata all’età.

Errori caratteristici del soggetto dislessico
Nonostante la dislessia si manifesti in differenti modi nei diversi soggetti, è possibile raggruppare gli errori tipici commessi dal soggetto dislessico:

– sostituzione dei suoni vicini come n/m(“mano” al posto di “nano”), f/v(”foce” al posto di “voce”).t/d(“tue” al posto di “due) s/z(“sara al posto di zara) c/g, p/b….;
– inversione di lettere(“al” invece di “la”) e di numeri(“12” invece di “21”)
– sostituzione di lettere scritte in modo simile(n/m) o ribaltate(n/u, d/p/b/q)
– difficoltà, a volte, nei rapporti spaziali e temporali(lateralizzazione destra/sinistra, alto/basso e le varie combinazioni: in alto a destra, in basso a sinistra ecc.
– difficoltà, a volte, ad imparare informazioni in sequenza (tabelline, mesi, giorni della settimana…)
– difficoltà, a volte, ad esprimere in modo chiaro il proprio pensiero,
– difficoltà, a volte, nel calcolo, nella coordinazione oculo-motoria, nella comprensione del testo scritto.

Dislessia. Diagnosi e trattamento

Sono ancora molto diffusi alcuni luoghi comuni sulle difficoltà legate all’apprendimento della lettura. Spesso tali difficoltà vengono attribuite, da parte di insegnanti e genitori, a pigrizia e scarso impegno; da alcuni specialisti possono essere attribuite a problemi nell’ambito familiare, a difficoltà di natura affettivo-relazionale o a modalità di insegnamento inadeguate invece che a caratteristiche neurobiologiche. In realtà gli atteggiamenti di “pigrizia” o “scarso impegno” del bambino, sono piuttosto la conseguenza delle sue difficoltà e non la causa. Il processo di lettura viene acquisito dalla maggior parte dei bambini, senza particolari difficoltà ed in tempi abbastanza brevi, addirittura in molti casi tale acquisizione avviene ancora prima del periodo di scolarizzazione. Tale processo non è strettamente legato all’intelligenza (almeno per quanto riguarda la transcodifica suono-segno). Infatti vi sono bambini con deficit mentali che non presentano alcun problema nel compito di decodifica nella lettura, al contrario bambini con disturbi specifici mostrano livelli intellettivi nella norma se non, a volte, nettamente superiori ma presentano difficoltà di transcodifica. La dislessia evolutiva è un disturbo specifico che riguarda la capacità di leggere in modo corretto e fluente. Si caratterizza come una mancata o parziale automatizzazione dell’uso dei codici della lettura; come una difficoltà a decodificare i testi scritti, che diventa un’operazione molto più complessa rispetto ai non dislessici, e porta ad una maggior facilità di errore, ad un maggior affaticamento e ad una maggior lentezza. Questo disturbo specifico si evidenzia nonostante un’istruzione ‘normale’, un’intelligenza adeguata, un’integrità neuro-sensoriale e un ambiente familiare e socio-culturale favorevole. Il disturbo permane anche dopo la fase di acquisizione iniziale delle abilità del leggere e dello scrivere (primo ciclo elementare), caratterizzandosi come un difficile rapporto con i testi scritti in generale. Le ipotesi circa le cause di tali disturbi sono diverse. Attualmente si ritiene, a livello scientifico internazionale, che si tratti di “una variante individuale dello sviluppo che determina nel soggetto condizioni che ostacolano l’acquisizione e lo sviluppo di alcune abilità” (Stella, a cura di, 1996).

E’ ormai comunemente accettato dal mondo scientifico che la dislessia non è una malattia, ma “la conseguenza funzionale di una peculiare architettura neurofisiologica o neurobio-chimica o immuno-neuro-endocrina che in quanto tale non è modificabile” (Stella, a cura di, 1996, p.13), non si può pensare quindi di “guarirla”. E’ possibile però attenuare e circoscrivere le conseguenze funzionali del disturbo attraverso degli interventi mirati e specifici. Ciò fa propendere per una ipotesi di base biologica del disturbo, ipotesi che potrebbe spiegare:

– il fatto che il numero dei maschi affetti da questi disturbi è significativamente superiore rispetto alle femmine

– il fatto che, nella maggior parte dei casi, viene segnalata una pregressa difficoltà di linguaggio

– il fatto che ,infine, esiste un’elevata incidenza di casi in cui un familiare presenta lo stesso tipo di disturbo. Vi è un’elevata familiarità, molti genitori o parenti di bambini affetti da disturbo specifico hanno frequentemente una storia di difficoltà scolastiche o più specifiche di lettura.

La ricerca ha ormai dimostrato ampiamente tali considerazioni, i disturbi di apprendimento hanno quindi una base biologica e vengono associati, dai diversi autori, a problemi circoscritti di elaborazione a livello visuo-spaziale, uditivo, fonologico, metafonologico, altri attribuiscono il problema a deficit nei processi di automatizzazione. La correttezza e la rapidità nella lettura dipende da cinque componenti di base:

– la discriminazione e ricerca visiva (capacità di differenziare le lettere le une dalle altre in un breve intervallo di tempo);
– la memoria fonologica (capacità di mantenere, nella memoria fonologica a breve termine, una serie di sillabe fino alla loro fusione per ricavarne una parola);
– corrispondenza grafemi – fonemi (assegnare a ciascun grafema, la lettera scritta, il corrispondente fonema, la lettera udita);
– automatizzazione del riconoscimento di unità sublessicali (velocità nel riconoscimento di sillabe);
– formazione del lessico visivo (velocità nel riconoscimento di parole inserite in un contesto).

E’ fondamentale effettuare una valutazione dettagliata ed accurata delle componenti alle quali imputare le difficoltà di lettura per poter elaborare una linea di intervento efficace che individui, da un lato, i più idonei strumenti compensativi, le misure dispensative e le adeguate modalità di verifica degli apprendimenti per supportare l’alunno nel lavoro scolastico e, dall’altro lato imposti un lavoro di riabilitazione personalizzato che abbia come obiettivo principale quello di favorire la massima autonomia possibile dal disturbo per affrontare nel migliore dei modi il percorso di studi.

Come si diagnostica

La diagnosi può essere fatta a partire dalla seconda classe elementare. Attraverso le indicazione della Consensus Conference Internazionale in materia di DSA è stato messo a punto un protocollo diagnostico di base per la valutazione dei disturbi di apprendimento della lettura, scrittura e calcolo che può essere utilizzato dallo specialista attraverso specifici test. Il protocollo prevede:

– Valutazione della presenza-assenza di patologie neurologiche;
– Valutazione della presenza-assenza di deficit uditivi o della visione;
– Colloquio psicodiagnostico per la valutazione dell’equilibrio emotivo del bambino;
– Valutazione neuropsicologica con prove standardizzate che riguardino:
1) livello intellettivo
2) lettura nelle componenti di correttezza e rapidità di un brano, di parole e di non parole;
3) scrittura nella componente di dettato ortografico;
4) calcolo nella componente del calcolo scritto e del calcolo a mente.
5)velocità di denominazione delle sillabe

Il protocollo di base viene integrato presso il Centro ABC con:
– Valutazione, nelle prime classi elementari, delle competenze linguistiche e metafonologiche;
– Valutazione della comprensione del testo;
– Valutazione neuropsicologica della memoria e delle competenze prassiche e delle principali funzioni esecutive.

A quali disturbi può essere associata la dislessia

Spesso la dislessia evolutiva può essere associata alla disgrafia (disturbo specifico della scrittura), disortografia (disturbo specifico dell’ortografia, in questo caso viene anche detta “dislessia superficiale”), discalculia (disturbo specifico relativo alla scrittura e manipolazione dei numeri);

La dislessia evolutiva può essere associata a disturbi del linguaggio. Uno studio inglese ha trovato che il 55% dei dislessici presentano difficoltà linguistiche (Mc Arthur et alii, 2000);
La dislessia evolutiva può essere associata a disturbi visivi;
La dislessia evolutiva può essere associata a disturbi uditivi;
La dislessia evolutiva può essere associata a disturbi motori, ad esempio scarsa coordinazione motoria ed equilibrio;
La dislessia evolutiva può essere associata a disturbi di attenzione o iperattività (uno studio ha trovato che all’incirca il 60% dei bambini dislessici presentavano problemi di attenzione e/o iperattività, Frith, 2002);
La dislessia evolutiva può essere accompagnata da manifestazioni psicologiche e relazionali disturbate (disturbi della condotta).

Perché gli studenti dislessici appaiono sbadati o svogliati

La dislessia, in una società come la nostra, fortemente permeata dalla presenza della scrittura e della lettura, incide pesantemente sulla vita scolastica e relazionale dello studente. Il ragazzo dislessico, consapevole delle proprie difficoltà di lettura, tende ad evitare le situazioni che richiedono una decodifica del testo scritto; questo comprensibile atteggiamento di evitamento della lettura viene spesso attribuito a svogliatezza e a scarso impegno e gli errori spesso sono definiti come “distrazione”, “sbadataggine”, “poca voglia di impegnarsi”. La dislessia incide sulla costruzione di un senso saldo e costante di autostima. La difficoltà a decodificare il testo scritto porta lo studente ad avere frequenti insuccessi a scuola (a scuola i saperi si veicolano in gran parte attraverso i libri di testo; inoltre anche altre modalità di accesso alle informazioni, quali ad esempio internet, richiedono la lettura di testi scritti). Questo susseguirsi di risultati negativi è psicologicamente devastante: lo studente si percepisce inadeguato ad affrontare il mondo, si sente non bravo come gli altri, più svogliato, più rinunciatario, in ultima analisi si percepisce inferiore ai compagni pur verificando di avere adeguate capacità di comprensione e spesso elevate capacità intuitive. Lo scarto tra ciò che lo studente si aspetterebbe di esprimere (in presenza di normali/buone capacità cognitive) e gli insuccessi minano l’autostima nelle sue basi più profonde. Questa situazione lo porta a sentirsi colpevole, poco amato dagli altri, a volte compatito perché “poveretto non ce la fa”, “se non è capace non è colpa sua”, “è nato così”, “non ha voglia di fare niente”, “chissà cosa diventerà da grande”. Anche queste aspettative negative nei suoi confronti minano la sua autostima e la sua visione del mondo e causano ansia da prestazione, atteggiamenti rinunciatari e perdita di fiducia in se stesso.

Come si può aiutare lo studente dislessico

“Occorre un’alleanza stretta tra genitori, insegnanti ed esperti del settore. Lo studente va aiutato a prendere consapevolezza delle sue difficoltà e del suo diverso funzionamento intellettivo: essere una persona diversamente abile non vuol dire essere inferiori agli altri. Occorre conoscere e accettare queste differenze per trovare strategie alternative nell’affrontare i vari compiti scolastici.
Alcune direttrici di questi aiuti potrebbero essere (Parziani, Consolaro, Bombardelli, 2002):
“Credere nell’alunno, nel suo successo formativo, capirlo e sostenerlo nei suoi sforzi, gratificarlo rompendo il circolo vizioso della caduta dell’autostima e offrendogli sfide cognitive in grado di vincere”;
“Ridurre il suo disagio concedendogli tempi più lunghi per svolgere i compiti, elaborare le domande e le relative riposte”;
“Utilizzare strumenti informatici dotati di videoscrittura con correttore ortografico e sintesi vocale”;
“Utilizzare strumenti informatici come dei CD Rom interattivi per migliorare le capacità lessicali e ridurre il danno causato dal disturbo specifico”;
“Utilizzare la calcolatrice”;
Generalmente i ragazzi dislessici migliorano notevolmente nell’accuratezza della lettura (leggere senza fare errori) e poco nella velocità, che resta sempre inferiore rispetto a quella dei ragazzi di pari età.

Cosa possono fare i genitori e\o gli insegnanti

I genitori nei confronti dei loro figli devono accettare e convivere con questo disturbo, cercare di essere positivi, pazienti, perseveranti, consapevoli, pratici,… La stessa cosa vale per gli insegnanti.
Alcuni suggerimenti utili ad entrambi possono essere:
1. Informarsi il più possibile sul disturbo specifico;
2. Cercare una valutazione diagnostica appropriata;
3. Scambiare esperienze tra genitori, anche associandosi insieme;
4. Discutere il problema genitori assieme a tutti gli insegnanti;
5. Cercare strategie di aiuto per le attività scolastiche;
6. Intervenire adeguatamente nell’aiuto a casa (per esempio leggendo i testi scritti a voce alta, o ripetendo insieme l’argomento di studio);
7. Favorire quelle abilità specifiche che possono svilupparsi normalmente (ad esempio l’apprendimento orale delle lingue straniere);
8. Supplire la lettura con altre fonti di informazione (ad esempio cassette video e audio, CD rom, giochi didattici da tavolo, figure, schemi, mappe cognitive,…);
9. Cercare di dialogare continuamente per coordinare i vari interventi della famiglia, della scuola e degli operatori socio-sanitari;
10. Decidere insieme di dispensare lo studente da alcuni compiti quali la lettura a voce alta, la scrittura veloce sotto dettatura, la lettura individuale delle consegne dei compiti scolastici, l’uso del vocabolario, lo studio mnemonico delle tabelline,…;
11. Cercare di concedere allo studente tempi più lunghi per le prove scritte, per lo studio e l’esecuzione dei compiti scolastici;
12. Permettere allo studente l’uso della calcolatrice, del computer dotato di videoscrittura con correttore ortografico e meglio se con sintetizzatore vocale, del registratore o di altri ausili quali cartine geografiche e storiche, tabelle di ogni tipo, schemi e mappe cognitive, tavola pitagorica e delle varie formule;
13. Cercare di chiarire ai compagni di classe il diverso funzionamento cognitivo dell’alunno dislessico, chiedendo anche il loro aiuto per favorire il suo apprendimento (lettura dei testi, spiegazioni orali, aiuti nella scrittura,…).
14. Assegnazione di compiti a casa in misura ridotta;
15. Utilizzazione di libri di testo con ridotto utilizzo di parti solo scritte a favore di pagine ricche di immagini, schemi, mappe cognitive;
16. Utilizzazione di cassette audio e video registrate per i vari argomenti di studio e di ingrandimenti delle consegne o parti di testi scritti in piccolo;
17. Organizzazione di interrogazioni programmate per tempo su argomenti di studio ben definiti.

Fonte: http://www.iprase.tn.it/prodotti/materiali_di_lavoro/dislessia/index.asp
SEMPLIFICARE I TESTI PER I DISLESSICI:
ovvero come rendere più leggibile un testo cartaceo
Al di là del fatto che la lettura, per un dislessico, non sarà mai una cosa automatica, come lo è per la maggior parte di noi, ci sono alcune regole che i docenti possono tenere presenti se vogliono aiutarli a leggere testi cartacei (e quindi senza sintesi vocale)… Ecco perciò alcune linee-guida per fornire testi semplificati agli alunni con DSA, sia dal punto di vista grafico (in modo da favorire la percezione visiva) che da quello sintattico e lessicale (la “forma” linguistica del contenuto).

Le linee-guida: La grafica

1) Corredare il testo di immagini, schemi, tabelle, ma in modo chiaro e lineare, senza “affollare” le pagine.
2) Usare le intestazioni di paragrafo per i testi lunghi.
3) Usare se possibile lo STAMPATO MAIUSCOLO. E’ più facilmente leggibile (perchè stanca meno la vista) per chiunque!
4) NON usare l’allineamento giustificato: lo spazio variabile tra le parole non aiuta i loro movimenti saccadici.
5) Non spezzare le parole per andare a capo.
6) Andare spesso a capo, magari dopo ogni punto di sospensione (capoversi).
7) Distanziare sufficientemente le righe (usare un’interlinea abbastanza spaziosa).
8) Usare fonts del tipo “sans sarif”, cioè “senza grazie”.
Il Times New Roman, ad esempio, è quello che di default si utilizza in Word, ma non è indicato. Nel nostro Pc ci sono già fonts sans sarif, basta controllare che abbiano segni “puliti”, senza lineette aggiuntive, come ad es. il Comics, il Verdana, il Georgia, l’Arial.
Attenzione, però: in alcuni fonts la “i” maiuscola e la “elle” minuscola sono identiche! Altri, come il Comics e il Verdana li mantengono invece distinti (come eccezione, la sola I maiuscola ha “le grazie”).
9) Impostare il font in un formato (“corpo”) abbastanza grande: se un corpo di 12 punti può essere accettabile per il Verdana maiuscolo, per altri tipi di font più piccoli potrebbero servire almeno 14/16 punti.
10) Se possibile, usare il grassetto e/o colori diversi per evidenziare le parole chiave ed i concetti più importanti, o per raggruppare (nel caso dei colori) concetti e contenuti tra loro correlati. Come per il punto 1, però, attenzione a non esagerare: il testo deve essere chiaro, “pulito”, senza inquinamento visivo.

L’organizzazione dei testi e il lessico

1) Usare frasi brevi, evitando le subordinate e preferendo, piuttosto, le coordinate.
2) Non usare doppie negazioni.
3) Fare attenzione alle frasi con troppi pronomi: costringono ad inferenze ed aumentano il carico cognitivo, a scapito della strumentalità di lettura.
4) Nei testi informativi/di studio raggruppare le informazioni per blocchi tematici.
5) Nei testi narrativi sostituire gli eventuali flash-back con un più semplice ordine cronologico.
6) Cercare di evitare testi troppo lunghi: max 250 parole per pagina.
7) Per quanto possibile, usare forme attive e al modo indicativo.
8) Usare un lessico semplice, in base all’età e alle difficoltà dell’alunno.
fonte: http://www.maestrantonella.it/dislessia.html